Settantasei anni di canzoni non sono solo spartiti impolverati, sono il guardaroba dell’anima di un intero Paese. Abbiamo cucito addosso all’Italia abiti fatti di strofe e ritornelli, passando dal bianco e nero dei sentimenti composti al technicolor delle provocazioni più moderne. Quel palco dell’Ariston non riflette solo musica, ma le nostre paure, le mode che ci hanno cambiato e la lingua che mastichiamo ogni giorno. È lo specchio in cui l’Italia si guarda, si pettina e, a volte, non si riconosce nemmeno più.

C’è chi lo guarda per tradizione, chi lo sbircia per i meme e chi giura di ignorarlo sapendo pure il colore delle calze del direttore d’orchestra. Ma oltre i fiori e i sorrisi di plastica, esiste un Sanremo diverso. Un Sanremo fatto di microfoni infilati in tasca per sbeffeggiare il sistema, di scandali che oggi farebbero esplodere i social e che allora erano atti politici, di geni che dimenticano le parole e di punk che entra nel tempio della melodia senza chiedere il permesso.

Immaginate se quel palco diventasse improvvisamente pericoloso. Se al posto dei soliti ospiti arrivasse la furia del maestrale, il ritmo delle strade di Napoli o il sole della Giamaica che sorge tra le nebbie del Nord. Un festival dove la geografia diventa rivoluzione e la musica torna a essere una faccenda di sudore, amplificatori che fischiano e verità maledette.

Volete sapere come sarebbe la mia “black list” dei sogni? Quali sono gli artisti che l’Ariston dovrebbe pregare in ginocchio di ospitare?

L’appuntamento con la resistenza sonora è fissato. Da martedì 24 marzo su Radio Gosh arriva il nuovo episodio: Il Sanremo che (non) vorrebbero. Preparatevi, perché non sarà una sfilata, ma un’ondata d’urto.