ore 15:17 attacco al treno

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giovedì, 08 febbraio 2018
Recensione

Recensione di Benedetta Gambosi

All’età di quasi 88 anni (li compie a maggio) Clint Eastwood è ancora pronto a stupirci con un nuovo sorprendente film. Tratto da un fatto di cronaca “Ore 15:17: attacco al treno” racconta di tre eroi analizzando la loro ordinarietà. Sono tre ragazzi (Spencer Stone, ex sergente dell’aeronautica militare, Alek Skarlatos, soldato scelto dell’esercito, e Anthony Sadler, studente della Sacramente State University), interpretati nel film da loro stessi, che si ritrovano per caso, o se vogliamo, per destino, sul treno Thalys n°9364 per Parigi e riescono a sventare un attacco terroristico ad opera di un terrorista belga di origine marocchina, Ayoub El Khazzani, che entrò in bagno per sfoderare il suo Kalashnikov e compiere una strage.
L’attenzione non è posta sull’esatta dinamica dei fatti (benché il regista si sia preoccupato di essere fedele all’accaduto nei minimi dettagli) bensì sulle loro vite attraverso dei flashback. Attraverso questi si snoda il racconto della loro profonda amicizia con le controversie, i problemi, le paure e le speranze che caratterizzano la vita di ogni essere umano.
Il fulcro del film è chiaro: gli eroi non sono altro che persone comuni che in determinate circostanze sanno che occorre agire e sanno come farlo. Lo stesso regista dice: “sono persone normali, come la maggior parte di noi, che hanno avuto il dono della vita e ne hanno fatto il meglio possibile […] questi ragazzi hanno fatto la cosa giusta al momento giusto. Sarebbero potuti essere molto sfortunati, ma si sono presi la responsabilità del loro destino”.
La trama ripercorre la vita dei protagonisti, dal momento in cui si conobbero al loro viaggio in Europa. Vengono sottolineati quegli aspetti che hanno fatto si che poi diventassero quello che sono: la passione per la guerra e per le armi, il cameratismo e la voglia di aiutare il prossimo. Ma non mancano i problemi reali: le madri single, il bullismo, la ricerca di uno scopo nella vita, il fallimento. Ma la vita non è altro che questo: una serie di eventi favorevoli e non che alla fine si spera portino esattamente dove si dovrebbe essere, come ha detto Spencer a Venezia: “Non pensi mai che la vita ti stia spingendo verso qualcosa, uno scopo più elevato?”. La vita ce lo mostra, poi sta a noi decidere come agire.
È esemplare la fedeltà delle scene ai fatti accaduti. Eastwood e la sua squadra hanno voluto girare nel maggior numero possibile di luoghi reali. Le riprese infatti sono state fatte negli Stati Uniti, dove i ragazzi sono cresciuti, in Europa, per raccontare il loro viaggio prima dell’arrivo ad Amsterdam dove hanno preso il treno e, infine, proprio su quello stesso convoglio. Il regista ha voluto le scene il più autentiche possibili, infatti come riporta Stone: “Eastwood ci chiedeva come fosse accaduto un determinato fatto, perché se non era esattamente uguale lo avremmo cambiato” e sembra ci sia riuscito tant’è che i protagonisti ammettono di avere avuto flashback e scariche di adrenalina durante le riprese che hanno permesso loro di rivivere le emozioni di quella giornata e di rimetterle in scena.
Eastwood regista, rimane fedele a sé stesso riprendendo i temi di Sully, American Sniper, Gran Torino, Invictus per citare solo alcuni dei suoi film. Una metafora dell’America, dove la normalità può diventare eroica suo malgrado. Non si tratta di essere brave persone o no, quello che conta è lo scatto morale che arriva al momento giusto.

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